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HISTORY

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L’Accademia Filarmonica di Verona fu fondata nel maggio del 1543 con la fusione di due Accademie preesistenti, l’Incatenata e la Filarmonica, nate non molti anni prima; nel 1564 un’altra Accademia, detta “alla Vittoria”, si unì alla Filarmonica accrescendone l’importanza. Scorrere l’elenco degli Accademici nel corso del Cinquecento significa immergersi nella vitalità della cultura a Verona: l’umanista Matteo Dal Bue, il conte Mario Bevilacqua, animatore di un celebre ridotto musicale e grande collezionista di antichità al pari di Cesare Nichesola, il medico Pietro Sonzoni, Francesco Pola, Federico Ceruti, i pittori Domenico e Felice Brusasorci e via dicendo.
L’Accademia coltivava allora specialmente la musica e il canto, ma chiamava nelle sue sale persone dotte nelle materie scientifiche e matematiche, nella logica e nella morale, tanto che ben presto il suo prestigio varcò i confini cittadini e si diffuse nella Repubblica Veneta e in tutta Italia. Stipendiava i migliori maestri di musica (tra i tanti ricordiamo Nasco, Courtois, Ruffo, Romano, Bonzanino, Camaterò, Bellasio, Celano, Speroni, Masnelli, Bernardi), dava concerti e feste, talvolta sontuose, invitando le autorità cittadine e le dame dell’aristocrazia, organizzava di tanto in tanto spettacoli teatrali (commedie, favole piscatorie, marittime, pastorali) tra cui un’eccezionale edizione dell’Aminta di Torquato Tasso allestita nel Giardino Giusti nel maggio 1581. Particolare impegno organizzativo veniva profuso nella solennità annuale del primo maggio, data stabilita come anniversario della fondazione, quando in una chiesa cittadina si cantava una messa solenne ornata di musiche e apparati scenografici, cui seguiva il banchetto pur esso allietato da musica e canto.
Fin dalle origini ebbe una scelta biblioteca di libri letterari e scientifici e di opere musicali, nonché una preziosissima raccolta di strumenti musicali, celebre anche fuori Verona già nel corso del Cinquecento; tale patrimonio fu subito oggetto di attente cure sia in ordine alla custodia che alla conservazione, e dall’inizio del Seicento venne eletto ogni anno un bibliotecario tra gli stessi Accademici. L’organizzazione amministrativa dell’Accademia rimase immutata fino a tutto il Settecento: alla testa c’era la Reggenza eletta con rotazione bimestrale, composta dal Principe (dal 1555 Presidente), Governatore, Censore, Consigliere, Cancelliere, Esattore; i “compagni” (così si chiamavano gli Accademici e “Compagnia” l’Accademia) si obbligavano a dare un contributo periodico che veniva integrato, per spese straordinarie, quando la cassa era insufficiente.
L’Accademia non aveva in origine una propria sede, anzi più volte cambiò stanza, in case d’affitto. Nei primi anni del Seicento, ottenuto dalla città il terreno contiguo ai Portoni di piazza Bra, costruì finalmente la nuova e definitiva sede, su disegno dell’architetto Domenico Curtoni. I lavori, assai onerosi, si trascinarono per diverso tempo e costrinsero gli Accademici a rinunciare al proposito di edificare anche un teatro che, dalle testimonianze rimaste, doveva essere simile all’Olimpico di Vicenza. Una descrizione dell’edificio verso la metà del Seicento parla del grande salone (ancora oggi esistente col nome di Sala Maffeiana), ornato dagli stemmi dell’Accademia, da oltre trecento “imprese” degli Accademici, da numerosi ritratti e da un grande organo, le cui portelle dipinte dal celebre pittore e Filarmonico Alessandro Turchi detto l’Orbetto saranno poi vendute nel Settecento al console inglese Giuseppe Smith per finire poi nelle collezioni reali a Windsor Castle. Altre stanze servivano per la libreria, per gli strumenti musicali, per le riunioni societarie e mondane.
All’inizio del Settecento, quando una lenta e inesorabile crisi stava ormai minando l’istituzione, arrivò la spinta decisiva del grande erudito Scipione Maffei, energico suscitatore di nuove energie intellettuali e morali. Il Maffei convinse l’Accademia a costruire il Teatro e il Museo Lapidario, restituendole così il ruolo di fulcro della vita culturale cittadina. Il Teatro Filarmonico fu progettato dal famoso architetto e scenografo bolognese Francesco Bibiena ed inaugurato il 6 gennaio 1732 con La Fida Ninfa di Maffei musicata da Antonio Vivaldi. Distrutto da un incendio la notte tra il 20 e il 21 gennaio 1749, fu riedificato con alcune varianti dall’architetto emiliano Giannantonio Paglia (già collaboratore di Bibiena) e inaugurato nella stagione di carnevale 1754 con Lucio Vero di Metastasio musicato da Davide Perez.
Il Museo Lapidario Maffeiano (dopo la seconda guerra mondiale divenuto di proprietà comunale) fu il primo sorto in Italia con precisi intenti conservativi e didattici. Nato dal nucleo originario di lapidi antiche acquisite dall’Accademia a partire dal 1612, venne costruito tra il 1744 e il 1749 su disegno del nobile architetto Alessandro Pompei, anch’egli Filarmonico al pari di tanti altri protagonisti dell’ambiente intellettuale veronese di quel secolo come, ad esempio, Francesco e Giuseppe Bianchini, Filippo Rosa Morando, Girolamo Pompei, Girolamo Dal Pozzo, Giuseppe Torelli, Giovanni e Ippolito Pindemonte. Se l’attività culturale dell’Accademia in questo secolo fu preminentemente letteraria e scientifica, ebbe però una vigorosa ripresa l’interesse verso la musica, nel cui largo circolo circolo italiano ed europeo la città era entrata attraverso gli spettacoli del Filarmonico. Le giornate veronesi del giovane Mozart tra il 1770 e il 1772 ne diventano il simbolo, che si concretizza proprio in quel decennio con la creazione di un’orchestra stabile col nome di “Orchestra dell’Accademia”.
Dopo la fine della Repubblica Veneta, la Filarmonica sopravvisse, grazie al suo Teatro, ai radicali mutamenti causati dalle riforme napoleoniche fino al 1810, quando furono soppresse tutte le istituzioni accademiche per riunirle in un unico “Ateneo” articolato in più sezioni; nel progettato Ateneo veronese, che tuttavia non sarà mai realizzato, all’antichissimo sodalizio era stato riservato un posto nella sezione letterario-scientifica. Nel 1811 i Filarmonici si trasformarono di fatto in società di palchettisti (la denominazione diventa infatti “Società Filarmonica”) e in seguito la gestione del Teatro continuerà ad essere la loro attività predominante, assieme alla cura dell’orchestra stabile e alla guida di gran parte della vita musicale veronese, ai cui problemi porranno sempre particolare attenzione.
La nuova, dolorosissima perdita del Teatro dopo il bombardamento del 23 febbraio 1945 troverà come duecento anni prima energie e menti capaci di volere ed impostare in termini concreti la ricostruzione, nonostante evidenti difficoltà e numerosi ostacoli tecnici, finanziari, amministrativi ed organizzativi. Dopo il Concorso Nazionale per il progetto del nuovo Filarmonico bandito il 20 maggio 1947 (vinto dagli architetti Scalpelli, Sciascia e Ferrante), nel 1956 si optò per la soluzione proposta dal veronese Vittorio Filippini, che, pur tenendo conto delle moderne esigenze funzionali, più si avvicinava allo spirito bibienesco del vecchio Teatro. I lavori, iniziati nel 1961, durarono circa un decennio; anche se la nuova sala dorata si riapre alla fine degli anni Sessanta per ospitare alcuni concerti, la sua restituzione alla naturale destinazione operistica si avrà nel 1975 con Falstaff o sia Le tre burle di Antonio Salieri. Il Filarmonico da circa venticinque anni è stato dato dall’Accademia in uso gratuito al Comune di Verona, che a sua volta lo ha destinato all’attività istituzionale dell’ Ente Lirico Arena di Verona, l’attuale Fondazione Arena.
La vocazione musicale dell’Accademia Filarmonica, che non si è mai interrotta nemmeno nei momenti più difficili, trova oggi ampio riscontro nei due impegnativi appuntamenti concertistici del Settembre dell’Accademia, rassegna di grandi orchestre e interpreti internazionali, e de Le Nuove Musiche in Sala Maffeiana dedicate al repertorio rinascimentale e barocco, senza dimenticare numerose altre qualificate iniziative culturali ed editoriali.