disposizioni, preferì, diplomaticamente, non opporsi.
L'inaugurazione del teatro e la connessa rappresentazione della "Fida Ninfa" dovettero perciò attendere altri due anni, ovvero sino all'Epifania del 1732. Ancorché rimossi gli impedimenti burocratico-statali, un nuovo elemento s'apprestava a modificare il volto del dramma maffeiano, dato alle stampe nel 1730 per i tipi del Becelli: decadde, infatti, la collaborazione con Orlandini, migrato per un nuovo incarico a Firenze. La composizione della musica venne allora commissionata ad Antonio Vivaldi, il quale trovò libretto, scene, e probabilmente cantanti, già prestabiliti - aspetto, questo, che non impedì all'opera di riscuotere un successo autentico, magari parzialmente promosso dalla correlazione al nuovo teatro: in merito, illuminante, nell'episodio conclusivo del dramma, è l'allusione testuale "su nobile scena armonica e novella", in cui si accenna appunto al neonato Teatro Filarmonico. Piacevole intreccio di amorosi affetti, nella concezione del dramma affiorano i sentori razionalistici accolti dalla prima Arcadia: s'ha dinnanzi una favola pastorale di pacata nitidezza, in cui l'elemento tragico risulta dissolto.
La scrittura vivaldiana emerge allora in attenta sintonia col significato del libretto, intessendo con varietà espressiva le differenti cellule melodiche. Apprezzabili istanti di particolare ispirazione confermano, ancora una volta, la complessità del rapporto tra musica strumentale e produzione operistica, che tanto ha caratterizzato l'intensa attività del "prete rosso."
Appare certo sorprendente la sorte che arrise alla "Fida Ninfa", per la quale inaspettate vicende riservarono la congiuntura di creatori, dunque Maffei e Vivaldi, mossi da un'appassionata e strenua vocazione al teatro, legando